IL MATERIALE E L'IMMAGINARIO NELLA CULTURA DEL MARCHESATO CROTONESE

Anima tua, coscienza tua!

Come a dire: “Se lo dici tu?”Oppure come dire: Se stai dicendo il falso, te la vedrai con la tua coscienza.Era l’espressione tipica delle donne che volevano troncare un discorso che non gli conveniva. Era un modo di non dare ragione all’altra, di fargli capire che non potendo controbattere alle tesi della controparte per mancanza di informazioni sicure e provate, rimetteva alla sua coscienza le eventuali conclusioni.L’espressione era usata dalle donne anche nel confronto con l’uomo che nella nostre zone pretendeva il ruolo di dominatore e non accettava di essere contraddetto, soprattutto dalla donna, sottoposta per definizione. Così quando la donna si rendeva conto di essere arrivata troppo oltre nella difesa delle proprie ragioni, lanciava questa massima che lasciava l’uomo con la sensazione frustrante di aver vinto solo formalmente.Era quasi sempre uno strumento subdolo di falsa adulazione che lasciava all’interlocutore la responsabilità intera della decisione.Era una delle tante armi che […]

Ad Aprili u tti scuviriri ed a a Maju u canciari saju!

Nel mese di aprile non ti devi scoprire e a maggio non devi cambiare abito! Una delle tante massime che le nostre nonne utilizzavano per prevenire le intemperanze modaiole dei più giovani che ai primi calori primaverili tentavano di togliere gli abiti dell’inverno e soprattutto quelle fastidiosissime e pungenti maglie di lana. Così come fastidiosi erano il resto degli indumenti intimi come le calze di lana o i mutandoni “i pilusetta”. I malanni erano però in agguato e in quei tempi non c’era la mutua che copriva il mancato guadagno. Gli ammalati avevano un costo in tutti i sensi: il dottore, le medicine, ma soprattutto, gli ammalati non lavoravano e due braccia in meno, molto spesso erano determinanti per la stessa sopravvivenza. Non era quindi soltanto l’amore materno che faceva dire alle nostre nonne queste parole, ma le passate esperienze della brutta incidenza della malattia sul bilancio familiare, già di […]

L'abbattiri

-“Mi fà appicciari” –Micu “Purvira” u ssi putia regulari, ull’avia mai viduta tant’acqua. Puru i mutandi ormai eranu na cula e nnu riusciva mancu a pijari aria i tanti ch’era fitta l’acqua chi scindija. L’irtu i da “Rineddra” ormai però l’avia finitu e armenu u cc’era cchiù u piriculu i s’azzimbulari sutta chiri trempi appindinu. Ppi pocu ucci’avia lassatu i scarpuni intra chiru critacchiju e nnu lli paria veru ca nd’era nisciutu vivu. Ormai, na cula ch’era, putia puru pruvari ad arrivari finu a ra casa, tantu, trenta e trentunu, u cchijù l’avia fattu, ma tra l’acqua chi parica furzava ancora i cchijù, e ra gulia i si fumari finarmenti na sicaretta, a tentazioni i si firmari ad ancuna parti u ru lassava mpaci. A sicaretta sicuramenti era ra cosa chi u fricava primi i tuttu: ppi nenti u chiamavanu “purvira” ca nd’appicciava d’una arriti l’atra e ra vucca sua pariva nu focuni […]